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La Convenzione europea e le riforme dell'Unione

L'intervento di Mercedes Bresso, Presidente della provincia di Torino e Osservatore supplente della Convenzione europea, al Direttivo UPI - Roma, 14 maggio 2003

Quando venne inaugurata, il 28 febbraio dello scorso anno, la Convenzione europea aveva a disposizione un anno per "esaminare le questioni essenziali che il futuro sviluppo dell''Unione comporta e ricercare le diverse soluzioni possibili"; elaborare, dunque,  le proposte sul futuro dell''Europa da sottoporre alla successiva Conferenza intergovernativa. Questo era il mandato conferito dai capi di Stato e di Governo riuniti nel Vertice di Laeken.

E'' stato ben presto evidente che per tutta una serie di vincoli, prevalentemente esterni all''assemblea stessa,  non sarebbe stato possibile rispettare questo termine.
Oggi però il tempo sta per scadere e entro il prossimo giugno i lavori dovranno essere terminati. Sono quindi settimane frenetiche quelle che si stanno vivendo; frenetiche  sotto il profilo della elaborazione dei progetti di articoli e di emendamenti ma sotto il profilo dei contenuti le proposte attualmente sul tappeto sono a dir poco minimaliste rispetto all''obiettivo di dare una Costituzione, o come sottolineano i  più attenti  alla terminologia giuridica, un Trattato Costituzionale  che consenta di avere un''Europa più democratica, trasparente ed efficace con un governo responsabile di fronte al Parlamento europeo, in cui venga abolito il diritto di veto, freno di un''Europa a 15 e paralizzante in un''Europa a 25.

Il pericolo, sempre più reale,  è che la Convenzione produca  una mera risistemazione, un riordino giuridico dei Trattati, senza incidere veramente su quelle competenze che sono l''essenza di una Unione di Stati ed  uscire così dall''ottica confederale sino ad oggi perseguita per dare origine a uno stato federale europeo con le poche mafondamentali  competenze che a questo devono spettare.
Si è da più parti sottolineato come dopo la creazione dell''Euro non siano più possibili tappe intermedie sulla via dell''unificazione. Lo chiedono prima di tutto i cittadini che mai come in queste ultime settimane  si sono domandati  dove sia l''Europa e perché non intervenga nei fatti del mondo. Ci si deve chiedere in questa fase se non sia giunto il momento perché una avanguardia si formi, dentro o, più probabilmente, fuori dalla Convenzione manifestando apertamente la propria volontà di procedere anche senza il consenso generale.

Mai come in questi momenti drammatici in cui affrontiamo crisi che minacciano di avere effetti gravissimi per la sicurezza di tutti noi e il futuro della cooperazione internazionale sentiamo l''esigenza di procedere con urgenza a creare questo potere; un potere che oggi non esiste ma senza il quale il processo di integrazione europea rischia di entrare in una crisi che potrebbe rivelarsi irreversibile.

L''ennesimo segno di incapacità dato di recente dagli Stati europei di rispondere alla richieste di pace che sono venute dalla stragrande maggioranza dei cittadini è ancora una volta la conferma della loro impotenza di rispondere alle vere sfide della politica. Occorre una risposta e credo spetti prima di tutto a chi come i sei paesi fondatori questo processo ha avviato più di cinquant''anni orsono farsi carico di questa responsabilità.  E'' da poco passato il 9 maggio Festa dell''Europa in ricordo dell''anniversario della dichiarazione Schuman del 1950. Ebbene,  i Sei che nell''immediato dopoguerra hanno avviato, con la fondazione della Comunità Economica del Carbone e dell''Acciaio prima e  della Comunità Europea poi, il processo di unificazione del continente, devono in questo momento rompere gli indugi e assumere l''iniziativa per fondare il primo nucleo di uno Stato federale europeo aperto a tutti i paesi dell''Unione e a quelli che a breve lo diventeranno. L''esperienza del percorso che ha portato alla creazione dell''Euro è sotto gli occhi per tutti coloro che la vogliono vedere. Cosa sarebbe oggi in Europa la nostra economia senza l''Euro?

L''esperienza di osservatore del Comitato delle Regioni alla Convenzione, sia pur limitata in quanto supplente,  mi porta ad affermare che il quadro che si sta delineando di giorno in giorno dentro e fuori la Convenzione non potrà assicurare questa continuità del processo; tutte le grandi tappe del processo di integrazione europea sono state il frutto di un''avanguardia,  nella attuale situazione in cui sia da parte degli stati membri che da quelli di prossima adesione vi sono forti opposizioni è fondamentale che una avanguardia si stacchi per dare origine a quell''atto fondatore cui potranno aderire via via tutti coloro che questa scelta condividono.

Vi è un elemento che viene troppo spesso trascurato ma che ha già manifestato tutta la sua rilevanza  nelle dinamiche venutesi a creare nei lavori della Convenzione, si tratta di quello che viene comunemente definito allargamento dell''Unione e che determinerà  l''ingresso  dei dieci nuovi paesi.
Dopo la firma dei trattati di adesione il 16 aprile scorso l''allargamento dell''Europa non è, a differenza di quanto molti continuano a pensare, un''ipotesi; è un fatto, un fatto cui non ci stiamo adeguatamente preparando.  La presenza in seno alla Convenzione dei rappresentanti di questi Stati, molti dei quali molto piccoli per dimensioni e popolazione rispetto alla maggioranza degli attuali Stati membri, ha già inciso profondamente sugli orientamenti della Convenzione poiché il fatto che si tratti  di membri senza diritto di voto diventa irrilevante in un''assemblea che, almeno sinora,  non ha  votato.

Il processo di integrazione dovrà poter mettere a frutto tutte le valenze positive che l''ingresso questi  dieci nuovi paesi potrà portare all''Unione. Il rischio che molti vedono di assistere ad un indebolimento del metodo comunitario può e deve essere evitato attraverso un maggior coinvolgimento di tutte le sfere di governance interessate all''attuazione delle politiche e delle normative comunitarie e rafforzando la legittimità democratica dell''Unione. E'' evidente che tra queste "sfere" un ruolo del tutto particolare è quello giocato dalle autonomie locali  e regionali che sono protagonisti della realizzazione della coesione e della cooperazione.

Oggi il principio di sussidiarietà è un principio politico di valore costituzionale e  il suo inserimento nei trattati obbliga gli Stati membri  e le istituzioni interessate a perseguire il massimo grado di efficacia e di proporzionalità nella scelta del livello decisionale più appropriato. Per tale ragione l''applicazione del principio di sussidiarietà deve garantire, nel rispetto degli ordinamenti giuridici di ciascuno Stato membro, le prerogative regionali e locali essendo questi i detentori di competenze amministrative in materie di pertinenza comunitaria. Questo porta a rileggere il principio di sussidiarietà per cui l''Unione interviene soltanto quando e nella misura in cui gli obiettivi delle azioni in questione non possono essere conseguti in maniera soddisfacente a livello nazionale o infranazionale e quindi, per la loro portata o per la loro efficacia, possono essere meglio realizzati a livello europeo.
Questo fa sì che nella nuova Costituzione il principio debba diventare ispiratore e regolatore non solo in riferimento agli Stati membri ma anche agli enti locali e regionali in ragione delle competenze loro attribuite dal sistema nazionale.

La discussione del 7 febbraio scorso dedicata alla politica regionale ha segnato un momento fondamentale nel dibattito dove, anche grazie alle affermazioni del Commissario Barnier, non a caso responsabile della politica regionale dell''Unione, il principio di sussidiarietà e il diritto delle collettività territoriali tutte ad essere consultate è stato riconosciuto, al di là delle previsioni della vigilia che vedevano una forte pressione da parte delle regioni dotate, come quelle italiane, di potere legislativo per vedersi riconosciuto un rango superiore. Il Comitato delle Regioni, organismo troppo spesso denigrato, ha in quella sede avuto un riconoscimento inatteso da parte di molti, il che non significa che la battaglia per il riconoscimento delle collettività territoriali in Europa  sia vinta e che alcune tesi a noi care come enti di programmazione di area vasta siano ormai acquisite grazie all''affermarsi di un concetto come quello della governance che resta tutto da esplorare e da definire.
Vi è nella storia un parallelismo pressoché assoluto tra lo sviluppo del processo di integrazione europea e quello delle associazioni delle collettività regionali e locali come espressione di democrazia nella sua forma più autentica in quanto prossima alla vita dei cittadini; una storia che nasce anche prima dei Trattati e che percorre come un filo rosso questa esperienza unica di unificazione pacifica del continente.
Aassociare questa esperienza consente di portare la sua ricchezza all''intero del processo stesso in un momento così delicato come quello attuale è di fondamentale importanza. Ancorare alle autorità regionali e locali il momento decisivo della unità dell''Europa al fine di darle una voce unica significa  legarlo strettamente alle origini stesse della democrazia, alla prima forma di vita associata che i cittadini conoscono. Portare dal quartiere al mondo l''esperienza di una coesistenza pacifica che trae dalla diversità la sua ricchezza è il vero valore che l''esperienza europea può portare al di là dei suoi confini. La democrazia vissuta nel locale e tradotta via via sino al contesto globale che è oggi l''orizzonte di vita e che è quello dell''azione di un''Europa che parli al mondo con una voce unica.

Attualmente stiamo vivendo una fase della Convenzione che si può dire si sia aperta nello scorso gennaio con la presentazione delle  proposte di Francia e Germania, proposte che sono andate al di là della questione della presidenza dell''Unione su cui si sono principalmente soffermati  i commentatori e che, più di recente è stata ravvivata dalle iniziative comuni di questi due grandi Paesi con Belgio e Lussemburgo, anch''essi non a caso tra i fondatori. Sono elementi che possono rappresentare  un segnale di sussulto dell''orgoglio europeo che potrà esprimere le proprie potenzialità  se sviluppata in un contesto più ampio che potrebbe essere prevedibilmente rappresentato dal nucleo dei  sei paesi fondatori con alcune significative adesioni.

In questo scenario diventa certo determinante la posizione del governo italiano che alla vigilia di un semestre cruciale per il futuro dell''Unione ha intrapreso  una posizione che rischia cdi portare il nostro paese lontano da quegli ideali che hanno ispirato e caratterizzato la tradizione europeista italiana. Il semestre è l''occasione per far ricordare il  ruolo che il nostro paese ha storicamente giocato nella edificazione dell''unità dell''Europa. Si tratta di vedere se e in che modo il governo voglia raccogliere questa sfida e caratterizzare il lavoro della Conferenza Intergovernativa cui verrà consegnato il frutto del lavoro della Convenzione.

Gli enti regionali e locali , per utilizzare l''espressione normalmente impiegata in Europa,  hanno in questo contesto un ruolo  determinante da giocare, essi sono la forma di rappresentanza più prossima al cittadino e ai suoi bisogni. Anche di questa domanda che i cittadini esprimono di un''Europa che badi all''essenza dei problemi, alle questioni cruciali per il destino loro e dei loro figli essi sono i primi portavoce. La pace e la guerra, lo sviluppo economico e l''occupazione, la garanzia di un ambiente in cui sia possibile in futuro vivere sono le questioni che i cittadini vogliono vedere affidate all''Europa ma a condizione che questa parli con un''unica voce e sia protagonista delle scelte determinanti.  In più parti d''Europa e, naturalmente, anche in Italia  si sono svolte delle Convenzioni dei Giovani , ebbene sono queste le cose che i cittadini che saranno protagonisti dell''Europa del futuro chiedono.

 Facevo, in apertura,  riferimento alla crucialità del momento che stiamo attraversando per i lavori della Convenzione  al pericolo che il risultato sia di basso profilo rispetto alle attese dei cittadini; ebbene,  il progetto contenente gli articoli per quella parte della Costituzione dedicata alle istituzioni presentato il 23 aprile e già oggetto di profonde discussioni e revisioni, in seno al Praesidum è una proposta estremamente deludente per chi aveva ripensato alla Convenzione come a una Costituente che procedesse ad una  profonda trasformazione dell''Unione facendone un soggetto in grado di agire da protagonista sullo scenario internazionale e capace di rispondere alle sfide del nuovo secolo .
La sessione della Convenzione del 15 e 16 maggio sarà dedicata all''esame di questi articoli e gran parte del dibattito ruota intorno alla questione della presidenza che molti vorrebbero collegiale a differenza della attuale formulazione dell''art. 16 bis, peraltro non priva di contraddizioni (ad esempio fra il primo e il quarto comma). Ognuno può direttamente rendersi conto dalla lettura della attuale formulazione di questi articoli di quanto intergovernativa sia l''Europa che viene proposta e di quanto poco coraggio vi sia.
L''introduzione al documento sottolinea come già la scelta di andare oltre le previsioni di Nizza, il cui fallimento è noto a tutti, abbia dovuto essere oggetto di discussione in seno al Praesidium.
E'' questo un segnale preoccupante di quanto sta avvenendo e un pericolo che in quanto responsabili di collettività locali tutti dobbiamo evitare.  Resta poco tempo prima della conclusione dei lavori della Convenzione. E'' opportuno che tutti quei Consigli che non l''hanno ancora fatto si pronuncino in favore della Costituzione europea e che anche chi lo avesse già fatto torni ad occuparsene perché questa potrebbe essere la desciminate del nostro lavoro negli anni futuri. Dopo la parola tornerà ai governi e in quanto cittadini del Paese cui toccherà la Presidenza del prossimo semestre sarà importante la continuità del nostro impegno.
 Il prossimo 26 settembre si terrà a Torino una riunione della Commissione Affari Costituzionali del Comitato delle Regioni, l''UPI potrà in quell''occasione organizzare un evento che preceda immediatamente la riunione e ci consenta di confrontarci anche con i colleghi di altri Paesi sulla proposta che la Convenzione avrà elaborato.

- Per i pareri del comitato delle regioni sulla convenzione cliccare qui
(02-07-2003)

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