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Legge Finanziaria per il 2005

Documento Upi per l'audizione alla Commissione Parlamentari per le questioni regionali, Roma 25 novembre 2004.

DOCUMENTO UPI

SU DDL 3223

DISPOSIZIONI PER LA FORMAZIONE DEL BILANCIO ANNUALE
E PLURIENNALE DELLO STATO (LEGGE FINANZIARIA 2005)

 

Audizione

Commissione Parlamentare per le questioni regionali

Roma 26 novembre 2004
Senato della Repubblica

 

 

IL NUOVO PATTO DI STABILITA’ INTERNO: IL TETTO ALLE SPESE.

L’impostazione data alla manovra economica per l’anno 2005, imperniata sul tetto del 2% alla crescita delle spese delle amministrazioni pubbliche riflette, in primo luogo, una scarsa consapevolezza della reale portata del nuovo titolo V della Costituzione, che vede Regioni, Province e Comuni enti autonomi, anche sul versante finanziario all’interno di un quadro di coordinamento della finanza pubblica; rileva altresì una conoscenza superficiale del ruolo, assolutamente primario, degli enti locali, nelle politiche di investimento sul territorio.

Il nuovo patto di stabilità, così come riformulato dall’art. 6 del disegno di legge finanziaria, elimina la centralità delle dinamiche di controllo dei saldi e introduce, come parametro di riferimento, il complesso delle spese, correnti e di investimento, ponendo un tetto alla loro crescita, pari - secondo la prima formulazione - al 4,8% per l’anno 2005 (su base 2003) mentre, per i due anni seguenti, la spesa ai fini del patto non potrà crescere oltre quella programmatica per l’anno precedente aumentata del 2%. L’effetto di compressione della spesa di investimento risulterà amplificata e perciò insopportabile nel biennio 2006-2007.

Il risultato di tale manovra, come si evince da una simulazione operata dall’UPI nella prima ipotesi del 4,8% determinerà, per le Province, mancati investimenti sul territorio pari a circa 1,5 miliardi di euro, riferiti ad impegni di spesa già assunti, e dotati di apposita copertura finanziaria, e relativi, in larga parte, a settori fondamentali come strade e scuole.

Ora, a fronte della riformulazione del testo, così come licenziato dalla Camera dei Deputati, il tetto di spesa per gli enti locali è stato modificato con l’11,5% sulla media del triennio 2001-2003.
 
E’ evidente che non sembrano essere stati valutati con oculatezza i processi istituzionali di questi ultimi anni caratterizzati dal  decentramento amministrativo prima e il nuovo titolo V Cost, che hanno rafforzato notevolmente questo livello di governo locale, affidandogli fondamentali funzioni relativamente ai servizi all’impiego, la tutela del territorio, oltre che la costruzione e manutenzione di strade e scuole, rappresentando di fatto, come la stessa Corte dei Conti rileva, un forte volano alla politica degli investimenti. Allo stesso tempo hanno sempre conseguito gli obiettivi previsti dal patto di stabilità interno dal 1999 ad oggi.

All’interno dell’intero comparto delle Regioni e delle autonomie locali, le Province sono quelle che più di ogni altro livello di governo locale hanno acquisito ulteriori compiti e funzioni, incrementando in maniera sostanziale, proprio nel triennio di riferimento, i flussi di spesa. A conferma di quanto affermato i dati Istat riportano per le Province un incremento del 48% delle spese per investimenti (nel triennio 2001-2003), a fronte di un 26% delle Regioni e del 9% dei Comuni.

Una limitazione della crescita degli investimenti si ripercuote poi, inevitabilmente, anche sulla capacità progettuale degli enti, che vedono limitare, in termini di competenza, i loro orizzonti di pianificazione.

L’inclusione delle spese per gli investimenti all’interno del tetto di spesa rappresenta dunque un elemento di estrema pericolosità, costringendo ad una scelta tra il continuare a sviluppare le politiche di infrastrutturazione e sviluppo dei territori oltre che a fornire servizi adeguati alle collettività, oppure non rispettare il tetto di spesa e, di conseguenza, il patto di stabilità interno per il 2005.

Un esempio interessante in questo senso è rappresentato dalle funzioni trasferite a decorrere dal 2004 (unitamente alle relative risorse) alle Province: in questo caso la Provincia si troverà nella condizione di dover scegliere se rispettare il tetto bloccando i servizi, oppure erogare i servizi e subire le sanzioni relative al patto di stabilità. Ciò anche in presenza di un bilancio sano e “virtuoso”.

Con le modifiche apportate dall’Aula della Camera, dunque, come emerge da una seconda simulazione effettuata dall’Unione Province d’Italia, il taglio operato con il tetto dell’11,5% sale da 1,5 miliardi di euro a 2 miliardi di euro. Solo alcuni esempi: la Provincia di Roma vede ridurre il suo tetto di spesa per gli investimenti per 35 milioni di euro, Brescia di 22, Verona di 13 e Modena di 12.

Senza contare la farraginosità del meccanismo individuato per l’imposizione del tetto dell’11,5% -ovvero del 10%- secondo una spesa media procapite riferita a fasce demografiche, peraltro non coerenti con le differenti realtà provinciali: sono state individuate solo due tipologie di Province (popolazione sopra e sotto i 400 mila abitanti) all’interno delle quali si rinvengono province medie e province metropolitane, con vocazioni, evidentemente, troppo differenti, che si contraddistinguono per fattori oggettivi ed ineliminabili (complessità territoriali, volontà di decentramento da parte delle regioni, presenza di aree metropolitane, ecc.)

In conclusione un patto di stabilità fondato solo sul tetto di spesa ha come principale effetto di vanificare qualsiasi politica di bilancio, disincentivando lo sforzo tributario, e svincolando di fatto la politica delle entrate da quella delle spese, considerando l’insieme delle autonomie al pari di amministrazioni decentrate dello Stato, con l’effetto perverso e immediato di bloccare qualsivoglia processo di decentramento in atto o futuro: ne è riprova l’esclusione dal computo dei trasferimenti destinati ad altre amministrazioni pubbliche, che ribalta di fatto il meccanismo, fino ad oggi adottato, di scomputare le spese per funzioni trasferite.
Ma soprattutto l’inclusione delle spese per investimenti nel tetto di crescita della spesa penalizzerà gli enti locali che devono adempiere in termini di cassa ad obblighi contrattuali, a fronte di investimenti già avviati negli anni precedenti, determinando di fatto un’uscita dal patto di stabilità interno. Non è credibile un obbligo di bloccare l’erogazione dei flussi di cassa legati ad attività il cui iter ha avuto già inizio, ed il cui finanziamento è già acquisito, perché ciò avrebbe la nefasta conseguenza di bloccare cantieri o costringere ad una rescissione di contratti già stipulati.

Proposte di emendamenti.

Gli allegati emendamenti fanno riferimento in particolare, all’art.6 del ddl, recante patto di stabilità interno per gli enti locali.
L’UPI ritiene che sia opportuno prevedere per le Province un meccanismo diverso da quello dei comuni ed in linea con quello delle Regioni, che faccia nuovamente riferimento al tetto del 4,8% sulle spese  2003, proprio per consentire alle Province di non essere penalizzate (attraverso il riferimento alla media triennale) dall’essere state protagoniste della fase di decentramento amministrativo svoltasi appunto proprio nel triennio 2001-2003.

 


 

 
(29-11-2004)

Redazione Upi

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